Mongolia

DESERTO DEI GOBI & FESTIVAL DELLE AQUILE REALI

dal 24 settembre al 10 ottobre 2018
17 giorni, 15 notti

In pensione completa, con accompagnatore dall’Italia e guida locale parlante italiano

Dopo il grande successo del viaggio effettuato lo scorso anno, riproponiamo anche quest’anno lo stesso itinerario. Un viaggio avventuroso in cui si avrà modo di partecipare al Festival delle aquile reali che si tiene annualmente in una natura straordinaria nella provincia di Bayan-Ulgii. Questa festa della minoranza etnica kazaka, la sola che pratica ancora la tradizione della caccia con i rapaci, è uno degli eventi più affascinanti della Mongolia. E poi il Deserto dei Gobi, Ulaanbaatar, Kharkhorin che noi conosciamo come Karakorum, o forse non conosciamo perché, più che realtà geografiche, sono luoghi dell’immaginario collettivo che ognuno si porta nella memoria, ricollegati ai viaggi di Marco Polo e alle gesta di Gengis Khan.

Informazioni

Quota base € 3900
Supplemento singola € 500

La quota comprende

  • volo di linea TURKISH AIRLINES Venezia / Istanbul / Ulaanbatar / Istanbul / Venezia, inclusa franchigia bagaglio 23 Kg;

  • voli nazionali da Ulaanbaatar per Ulgii e ritorno, e da Ulaanbaatar al Deserto dei Gobi, inclusa franchigia bagaglio 15 Kg;

  • tasse aeroportuali;

  • assistenza in aeroporto (arrivo/partenza);

  • trasferimenti aeroporto/hotel/aeroporto;

  • trasferimenti, tour ed escursioni, come da programma con fuoristrada 4×4 giapponesi e bus privato ad Ulaanbaatar;

  • 4 notti al Best Western Premier Tuushin Hotel 4*, 1 notte al Ikh Khorum Hotel di Kharkhorum 4*, 3 notti al Blue Wolf o al Tsambagarav Hotel di Ulgii, 6 pernottamenti in ger doppie e singole in campi selezionati, 1 notte in Hotel in aeroporto a Istanbul;

  • trattamento di pensione completa;

  • guida parlante italiano;

  • entrate ai Parchi Nazionali indicati nel programma, entrata al Festival delle aquile;

  • un’ora di passeggiata a dorso di cammello nel Deserto dei Gobi, un’ora di passeggiata a cavallo nel Parco Nazionale di Terelj;

  • una bottiglia da 1 litro di acqua minerale al giorno a persona, vodka, caffè con la moka;

  • assicurazione medico-bagaglio.

La quota non comprende

  • bevande, mance (saranno raccolti € 70 dall’accompagnatore in loco) extra personali e quanto non indicato alla voce “la quota include”;

  • visto di ingresso in Mongolia (Euro 95);

  • assicurazione contro l’annullamento per cause mediche certificate senza franchigia (€ 150).

Condizioni e polizze

RICHIEDI DISPONIBILITÀ

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Itinerario dettagliato

1° giorno: lunedì 24 settembre
ITALIA – ISTANBUL

Ritrovo dei partecipanti e partenza con pullman G. T. per l’aeroporto di Venezia in tempo utile per il volo di linea Turkish Airlines TK 1872 in partenza alle ore 14:15. (Su richiesta la partenza può essere effettuata da Milano o Roma). Dopo uno scalo tecnico a Bishkek Kirghizistan arrivo a Istanbul alle ore 17:40. Partenza per Ulaanbaatar Buyant con il volo di linea Turkish Airlines TK 342 alle ore 19:05.

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2° giorno: martedi 25 settembre
ISTANBUL – ULAANBAATAR

Pasti e pernottamento a bordo. Arrivo a Ulaanbaatar Buyant alle ore 10:05. Incontro con la guida parlante italiano e trasferimento al Best Western Premier Tuushin Hotel 4*. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita della città.

Ulaanbaatar, città di contrasti

Come quasi la metà della popolazione mongola, anche la capitale Ulaanbaatar è nomade. La città ha cambiato sede più di venti volte negli ultimi 350 anni prima di mettere radici nell’attuale collocazione in una valle ampia delimitata da quattro vette sacre, tra cui la montagna Bogd Khan a sud. Oltre alla posizione, la capitale ha cambiato nome nel corso degli anni: Urguu dal 1639 al 1706, Ih Urée dal 1706 al 1911, Niislel Huree dal 1911 al 1923, infine dal 1924 Ulaanbaatar. Ma nonostante le sue molte trasformazioni, la capitale della Mongolia è rimasta costantemente il centro politico, economico e culturale della nazione, città ricca nel carattere e nei contrasti. Ulaanbaatar oggi è una vivace città con oltre un milione di abitanti, in costante e irrazionale crescita con un traffico caotico che sta diventando un grande problema: c’è infatti il progetto nei prossimi anni di costruire la metropolitana. La città presenta una puntuale e talvolta divertente sovrapposizione di tradizioni nomadi e modernità, ad esempio nel suo panorama punteggiato sia dalle gher, le tende di feltro, che dai grattacieli, o nelle persone coi tradizionali indumenti da pastori che camminano accanto a uomini e donne d’affari.

Il cuore di Ulaanbaatar è costituito dalla piazza Sukhbaatar, vasta due volte la Piazza Rossa moscovita, che prende il nome dall’eroe della rivoluzione. Gran parte della città si estende da est a ovest lungo il corso principale, chiamato Enkh Taivny Orgon Choloo o più semplicemente Peace Avenue, che sfocia nella piazza. Visita del Museo Nazionale della Storia Mongola, fondato nel 1924.

La collezione del Museo contiene circa 56.000 reperti storici, archeologici ed etnografici dalla preistoria fino all’era contemporanea. Le sale sono organizzate per periodi e temi storici. Al primo piano troviamo la Storia antica della Mongolia e gli Stati antichi. Sono esposti strumenti in pietra e oggetti relativi a rituali o cerimonie religiose, utilizzati dalle persone che abitavano l’area della Mongolia moderna da circa 800.000 anni a.C. attraverso l’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro, fino a circa 300 anni a. C. A seguire i reperti archeologici della storia e cultura delle entità politiche che furono istituite dal 3° secolo a.C. al 12° secolo. Il primo impero fu fondato dal popolo Hunnu dal 3° secolo a. C. al 1° secolo cui sono seguite altre tribù nomadi in rapida successione, documentate da oggetti provenienti dagli stati turco, uiguro e kidan. Al secondo piano sono esposti i costumi dei gruppi etnici della Mongolia, tra cui abiti cerimoniali, abiti stagionali, gioielli e accessori. La Mongolia ha più di 20 gruppi etnici provenienti da 2 nazionalità, mongola e turca. La maggior parte degli oggetti risalgono ai secoli tra il 10°e il 20°. Al terzo piano ci sono reperti di due periodi: il primo stato mongolo e l’impero mongolo. Si arriva quindi all’epoca di Chingiss Khan e dei suoi successori, con uno stendardo d’epoca, un’attrezzatura militare ed alcuni manufatti recuperati dagli scavi di Kharakorum. Viene rappresentata la cultura tradizionale mongola, che è legata allo stile di vita nomade. Qui troviamo oggetti di importanza spirituale, manoscritti, scritture e strumenti per la loro produzione, strumenti musicali, giochi e giocattoli, oggetti associati al Festival Nazionale Naadam. I mongoli hanno vissuto come pastori nomadi per molti secoli quindi sono esposti suppellettili della vita nomade come le ger ammobiliate e gli strumenti per l’allevamento del bestiame, la caccia e l’agricoltura. Per circa 200 anni, dal 17° all’inizio del 20° secolo, la Mongolia è stata sotto il dominio Manchu. Sigilli, monete, strumenti di tortura e altri materiali storici documentano questo periodo. L’inizio del 20° secolo vide la Mongolia lottare contro il dominio Manchu, che portò all’indipendenza nel 1911. La successiva monarchia teocratica guidata dal Bogd Khan durò fino al 1924. Sono documentati la lotta militare e politica per l’autonomia della Mongolia e i conseguenti cambiamenti sociali ed economici. Con la rivoluzione del 1921, la Mongolia divenne un paese guidato dall’ideologia socialista. Il periodo socialista durò fino al 1989 e portò grandi cambiamenti nel sistema politico, nella società, nell’economia e nella cultura. Questi cambiamenti, negativi e positivi, sono esplorati attraverso foto e oggetti d’epoca. Nel 1990 la Mongolia vide una rivoluzione pacifica che la trasformò in uno stato democratico con una costituzione, un sistema multipartitico e un parlamento e la allontanò dal sistema economico socialista a favore di un’economia di mercato. Da allora i mongoli godono ancora una volta del diritto alla proprietà privata. Le relazioni estere sono state ampliate e la posizione della Mongolia nell’arena internazionale si è rafforzata. Da quando ha abbracciato la democrazia si è radicato il pluralismo nel rispetto delle antiche tradizioni.

Si sale infine al Memoriale sulla collina Zaisan situato a sud di Ulaanbaatar, eretto nel 50° anniversario della rivoluzione comunista per commemorare i soldati sovietici e mongoli morti nella seconda guerra mondiale nella lotta contro il Giappone e la Germania nazista. Accanto alla monumentale statua del soldato, un mosaico su un grande pannello circolare in cemento armato illustra il tema dell’amicizia tra i mongoli e i popoli sovietici. Al centro di una grande ciotola di granito arde una fiamma eterna. Coloro che salgono i 300 gradini saranno premiati con una bella vista panoramica della capitale, del fiume Tuul e della campagna circostante. Nelle vicinanze un’enorme statua dorata di Buddha. Cena in ristorante. Pernottamento in Hotel.

L’eredità di Gengis Khan

Anche se le sue origini affondano in un antico passato tribale, Gengis Khan diede forma al mondo moderno del commercio e della comunicazione, e gettò le basi per i grandi stati laici più di ogni altro individuo. Fu un uomo moderno nella sua epoca, un professionista della guerra, che sviluppò il commercio globale e stabilì lo stato di diritto laico internazionale. Al suo apice l’impero copriva una superficie continua di circa 12 milioni di miglia quadrate. Si estendeva dalle nevose tundre della Siberia alle pianure calde dell’India, dalle risaie del Vietnam ai campi di grano dell’Ungheria, dalla Corea ai Balcani. L’impero di Gengis Khan ha riunito e amalgamato le molte civiltà intorno a lui in un nuovo ordine mondiale. Al momento della sua nascita nel 1162, il Vecchio Mondo consisteva in una serie di civiltà regionali ciascuna delle quali non aveva alcuna conoscenza di altre civiltà se non quella del suo vicino più prossimo. Nessuno in Cina aveva sentito parlare di Europa, e nessuno in Europa aveva sentito parlare della Cina, e, per quanto si sa, nessuno aveva viaggiato da una all’altra. Al momento della sua morte, nel 1227, erano collegate con i contatti diplomatici e commerciali che rimangono tuttora intatti.

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3° giorno: mercoledì 26 settembre
ULAANBAATAR

Visita al Monastero Gandan Tegchenling, la sede del buddismo in Mongolia. Secondo la profezia del Buddha, “Il mio Dharma prospererà dal nord fin più a nord”, il Buddhismo fu introdotto in Mongolia dall’India, il suo paese di origine, più di 2.000 anni fa. Fin dalla sua prima diffusione, il Buddhismo è arrivato fino ad oggi attraverso una serie di declini e revival. La cultura nomade della Mongolia è infatti un intreccio fra una ricca tradizione tibetana buddista con le pratiche sciamaniche antiche ancora evidenti. Nel XVI secolo, la tradizione Nalanda, in particolare la tradizione Gelupa, si sviluppò in modo completo e genuino in tutti i territori mongoli tra tutte le classi sociali e in seguito divenne la religione più diffusa e accettata da tutta la popolazione. Nel 1639 Undur Gegeen Zanabar (Jetsun Tampa 1635-1723) fu incoronato come capo spirituale del buddismo mongolo presso il lago Shrireet Tsagaan e ricevette come dono dai nobili di Khalkha alla sua elezione una “Shar busiin teg” o speciale ger gialla come abitazione distintiva, attorno alla quale successivamente fu fondata Ikh Khuree e poi l’attuale capitale, Ulan Bator. Anche se i monasteri buddisti sono stati distrutti o convertiti in musei durante le purghe staliniste del 1930, il monastero di Gandan Tegchenling, è stato l’unico centro religioso funzionante sotto la stretta supervisione del governo comunista e fu riaperto come tempio di preghiere nel 1944. In seguito divenne un luogo in cui monaci altamente istruiti avrebbero gradualmente riunito e conservato le preziose raccolte di sacre scritture e altri oggetti sacri. Una ripresa significativa del buddismo ha avuto inizio nel 1990, quando la Mongolia è diventata una democrazia.

Si arriva presto al monastero per assistere alle preghiere e alle cerimonie del mattino. Oltre a visitare i templi e le zone circostanti si apprenderà la storia del monastero con descrizioni dettagliate delle immagini, delle statue e degli oggetti di rilievo e si scopriranno i progetti attualmente in corso a Gandan. Ci potrà essere l’opportunità di incontrare l’Hamba Lama e i lama più importanti che vivono nel monastero. Il monastero è stato ricostruito e rinnovato. Era arrivato ad ospitare oltre diecimila monaci, mentre oggi ve ne risiedono 150. Uno dei templi ospita la più alta statua del Buddha in piedi in Asia centrale e orientale, alta 26,5 metri, dorato in oro zecchino e vestita di seta e pietre preziose, la Migjid Janraisig, la versione mongola di Avalokiteśvara, il bodhisattva della compassione, “il signore che guarda in tutte le direzioni”. La seconda sosta è al Monastero Dashchoilon. L’ultima visita della mattina è al Monastero Choijin Lama, dove si trova una vasta raccolta di 108 maschere utilizzate per la danze cerimoniali Cham. Luvsankhaidav nacque in Tibet nel 1872, quinto figlio di Gonchigtseren. Divenuto un vecchio a soli tre anni giunse in Mongolia nel 1874 insieme al fratello maggiore che era stato riconosciuto dai lama di alto rango come l’ottavo Bogd Jebtsundamba, il capo spirituale della Mongolia. Luvsankhaida fu scelto come oracolo di stato, lama choijin, per decreto di suo fratello e il maestro spirituale lama Yonzon Khamba che dichiarò che all’interno del suo corpo era presente una divinità protettrice. Come oracolo dello stato, il Choijin Lama sarebbe stato il veicolo di potenti dharmapala (difensori del buddhismo) per il bene del paese e della sua gente. Nel 1918 Choijij Lama Luvsankhaidav morì all’età di quarantasei anni. Il complesso del tempio fu costruito tra il 1904 e il 1908 sotto la guida del famoso architetto Ombo e di oltre trecento maestri mongoli: un tesoro religioso e architettonico buddista che mescola stili mongoli, tibetani e cinesi. Fu costruito durante il dominio Manchu e funzionò come monastero attivo dal 1908 al 1937. Durante questo periodo il complesso ospitava una cinquantina di monaci e comprendeva cinque templi e tre tesori. Il monastero fu definitivamente chiuso nel 1937 durante le purghe religiose comuniste.

Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio si visita il Museo di Storia Naturale che illustra la fauna, la flora e la geologia del paese. La sezione paleontologica ospita interessanti reperti di dinosauro portati alla luce nei giacimenti fossili del Gobi, tra cui lo scheletro completo di un gigantesco Tarbosauro e un Velociraptor. In serata ci si reca a teatro per assistere allo spettacolo del Mongolian National Song and Dance Academic Ensemble. Cena in ristorante. Pernottamento in Hotel.

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4° giorno: giovedì 27 settembre
ULAANBAATAR – GOBI PARCO NAZIONALE GURVAN SAIHAN

Dopo la prima colazione trasferimento in aeroporto in tempo utile per il volo per la città di Dalanzadgad nell’Umnu-Gobi. Trasferimento al campo delle ger Gobi Nomad Lodge. Nel pomeriggio ci dirigeremo all’interno del Parco Nazionale Gurvan Saihan. Deve il suo nome alle montagne Gurvan Saihan, “le tre bellezze del Gobi”, le tre vette più alte della catena del Gobi-Altai: Baruun Saihan “la bellissima occidentale”, Dund Saihan, “la bella centrale”, Zuun Saihan, la “bella orientale”. La più alta di queste tre vette è la “bella orientale” che raggiunge i 2846 m. E’ area protetta dal 1965 ma solo dal 1993 ha raggiunto l’attuale estensione includendo i territori delle dune di sabbia di Khongor, così come i preziosi siti paleontologici di Nemegt, Khermen Tsav, e il fiume di Zulganai. Vi crescono più di 620 specie di piante endemiche dell’Asia centrale. Il parco ospita anche molti animali: gazzelle della Mongolia, gazzelle subgutturose, onagri, stambecchi, mufloni, l’argali siberiano, capre selvatiche, e il leopardo delle nevi. Ci sono 52 specie di mammiferi di cui otto sono specie protette. Si estende per 27 milioni di ettari ed è quindi il più grande parco nazionale del paese. Con una passeggiata di circa 2 ore visiteremo il canyon dove anni addietro c’era il Ghiacciaio Yollin Am. Pensione completa. Pernottamento nelle ger.

Ger

Durante il tour si pernotterà nei campi allestiti con le ger, le tradizionali tende di feltro dei pastori nomadi. La ger, anche detta yurta nel termine russo, è la casa dei nomadi delle steppe mongole sin dai tempi di Gengis Khaan. Interamente montabili e smontabili in sole tre ore, non hanno chiodi, né viti, né cemento; sono strutture circolari con intelaiature di legno ad incastro che formano una meravigliosa raggiera, ricoperta di strati di feltro e tela, dove si entra stando in piedi. Alla sua sommità l’unica finestra, aperta a segnare il collegamento inscindibile tra uomo e cielo, tra uomo e cosmo; da essa si protendono i raggi che formano il tetto ovvero la volta celeste che viene chiusa durante la notte per impedire l’accesso degli spiriti maligni. E al centro della tenda mongola, sui tappeti che rivestono il terreno, in unico asse, i 4 elementi naturali sono allineati: la terra in basso, il fuoco che scalda corpi e cibo, l’acqua che alimenta e ristora, l’aria che ci unisce al cielo. Ogni ger è riscaldata da una stufa a legna e arredata con letti di legno dipinti con lenzuola pulite, cuscini e coperte. Il ristorante è in stile occidentale, i servizi igienici e le docce sono situati in un edificio centrale che si trova a poche decine di metri dalle ger. Ogni ger dispone di 2 posti letto e un piccolo tavolo con 2-4 sedie. Alcuni campi sono dotati di energia elettrica 220 volt che viene erogata per tutta la giornata: in questi campi è quasi sempre presente all’interno di ogni singola ger una presa per ricaricare le batterie. In altri campi l’energia viene prodotta da un generatore e la sua erogazione non avviene di norma per 24 ore al giorno, ma dalle 18 alle 23: qui le prese per ricaricare le batterie si trovano nelle strutture comuni. Le ger ci permettono un’autentica ed indimenticabile esperienza della cultura mongola e consentono di raggiungere zone altrimenti non raggiungibili per mancanza di sistemazioni. La loro visione stupisce e lascia senza parole e la maggior parte dei visitatori ricordano i soggiorni nelle ger tra le loro esperienze più piacevoli in Mongolia.

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5° giorno: venerdì 28 settembre
GURVAN SAIHAN – DUNE DI SABBIA KHONGOR | km 180

Deserto dei Gobi

Un tempo faceva parte di un vasto mare interno, con acquitrini, paludi, fiumi e laghi, oggi è uno dei più insoliti paesaggi desertici del mondo con le spettacolari Khongoryn Els; la casa degli ultimi cammelli a due gobbe del mondo e degli orsi del Gobi, gli unici orsi che si possono trovare in un paesaggio desertico; e per gli appassionati di storia, Bayanzag, un antico fondale marino, il sito di numerosi notevoli reperti paleontologici, come il primo scheletro di dinosauro completo trovato nel canyon di Khermen tsav.

Dopo la prima colazione, ci dirigeremo a sud ovest verso le altissime dune di Khongor. Arrivo al campo delle ger Gobi-Erdene nei pressi delle dune per il pranzo. Nel pomeriggio escursione di circa 2 ore alle dune. Sono depositi di sabbia che si estendono per oltre 100 Km. portati dal vento tra le vette da secoli di tempeste. Conosciute anche come il Duut Mankhan, “le dune che cantano”, dai suoni intriganti che il vento produce scorrendo nei loro anfratti e spostandone la sabbia che crolla in piccole valanghe, si stagliano con i loro sinuosi e luminosi profili contro le rocce scure delle montagne e la piana desertica tutt’intorno. Ai piedi delle dune scorre un fiume sacro dove i nomadi portano le loro greggi di capre cashmere e di cavalli ad abbeverarsi. La duna più alta raggiunge in altezza 800 m. formando il più grande accumulo di sabbia nel Deserto dei Gobi e ha permesso alla località di Umnugovi di vincere nel 2008 nella classifica di meta più avventurosa del National Geographic Adventure. Guidati dai pastori si potrà provare a cavalcare il famoso cammello a due gobbe (Camelus bactrianus). Pensione completa. Pernottamento nelle ger.

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6° giorno: sabato 29 settembre
BAYANZAG – FLAMING CLIFFS | km 160

La provincia di Umnugovi

Si estende per quasi 2000 km nella parte inferiore della Mongolia e l’11% della superficie è costituito da vegetazione sparsa, zone aride, neve o ghiaccio. Per quel che concerne la flora è di primaria importanza, anche per i suoi endemismi: ampie zone aride o semi-aride, dove su suolo prevalentemente sabbioso cresce una vegetazione sparsa, preziosa perché esercita la funzione di controllare i movimenti delle sabbie: l’Haloxylon, noto con il nome saxaul, il Prunus armeniaca, la Rosa dahurica, il Ribes diacantha fra le altre, con alcuni endemismi rari, come la Cistanche deserticola usata a scopo medicinale. E ancora: il Thymus gobicus, una particolare varietà di timo o l’Atraphaxis manshurica, un arbusto caduco alto fino a 1 metro che porta delicati fiori rosa a cinque petali. La specie più importante è rappresentata dal genere Chenopodiacee, piante che hanno un’ottima resistenza all’aridità del deserto, dove sopravvivono con meno di 100 mm annuali di pioggia. Alla stessa famiglia, che conta circa 1.400 specie, appartiene anche il nostro popolare spinacio importato in Europa proprio dall’Asia Centrale. Fra gli animali troviamo cavalli selvatici, mufloni, stambecchi, cammelli selvatici, antilopi dalla coda nera, antilopi bianche, linci, volpi, conigli e tassi. La più grande provincia del paese ha una densità di popolazione di soli 0,3 persone per kmq. Le poche persone che vivono qui sono del gruppo etnico Khalkh. Non è difficile capire perché gli esseri umani preferiscono vivere altrove. Con una precipitazione media annuale di soli 130 millimetri l’anno, e temperature estive che arrivano in media fino ai 38°, questa è la più calda e secca regione del paese. In compenso nella provincia si trova un quarto (93.000 esemplari circa) dei cammelli addomesticati della Mongolia. La parte sud-est è l’ultimo grande baluardo del khulan o asino selvatico. Il sud della provincia è ricco in giacimenti minerari di oro e rame in gran parte non ancora sfruttati: Ojuu Tolgoj è il più grande di essi. La popolazione è prevalentemente nomade e pratica l’allevamento di cavalli, capre e cammelli.

Il momento migliore per una fotografia alle dune di Khongor è all’alba, per cui consigliamo agli appassionati di alzarsi verso le 6 del mattino. Dopo la prima colazione partenza per Havtsgait, dove centinaia di incisioni rupestri preistoriche si trovano sulla rocce vulcaniche nere sulla cima di una montagna. Dopo una sosta a Bulgan, l’unico paesino nel raggio di centinaia di chilometri, per approvvigionarci di acqua e carburante, arrivo al campo delle ger Gobi Oasis. Nel pomeriggio si raggiunge la zona di Bajanzag per una passeggiata di circa 3 ore. Qui nel 1921 il paleontologo naturalista Roy Chapman Andrews rinvenne i primi resti fossili e le prime uova di dinosauro. Tra gli altri rinvenimenti va annoverato l’esemplare di un Velociraptor, ora esposto nel Museo di Storia Naturale di Ulaanbaatar. E’ anche nota con il soprannome inglese Flaming Cliffs, che si deve al vivido colore fiammeggiante che le formazioni rocciose assumono al tramonto e gli fu dato dall’esploratore statunitense. Da allora si sono succedute negli ultimi 80 anni spedizioni di paleontologi provenienti da molti paesi, tra cui Polonia, Giappone e Russia. Ogni anno la pioggia e il vento fanno emergere altri fossili e ogni estate vengono fatte nuove scoperte. Pensione completa. Pernottamento nelle ger.

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7° giorno: domenica 30 settembre
FLAMING CLIFFS – MONASTERO DI ONGI | km 130

Dopo la prima colazione inizieremo il nostro viaggio via terra verso nord in direzione Ongi. Arrivo al campo delle ger Secret of Ongi. Nel pomeriggio passeggiata a piedi alle vicine rovine del monastero Ongi Khiid, che si trova sulla punta settentrionale del deserto del Gobi. Era uno dei 7 più grandi templi della Mongolia ed ospitava circa 2000 monaci. Ci sono le rovine di due complessi monastici che erano stati costruiti nel 1780. Dopo la Rivoluzione del popolo del 1921 i due monasteri vennero distrutti e 800 monaci furono fucilati dai comunisti sovietici. Uno stupa bianco costruito dai parenti riporta incisi i nomi di alcuni dei più famosi lama trucidati. Pensione completa. Pernottamento nelle ger sulle rive del fiume Ongi, che purtroppo si sta prosciugando a causa della miniera d’oro a nord di Kharkhorin, ormai chiusa, quando il danno sembra ormai irreparabile, fatto particolarmente grave se si pensa che era l’unico corso d’acqua del deserto dei Gobi.

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8° giorno: lunedì 1 ottobre
ONGI – KHARKHORUM | km 150

Dopo la prima colazione, partenza per Kharkhorum, che Gengis Khan iniziò a costruire come capitale dell’impero mongolo nel 1220 nella valle di Orkhon e suo figlio Ogodei completò nel 1235. Il paesaggio cambia: l’erba aumenta e lo rende più verde: ai cammelli bactriani si sostituiscono i cavalli. Avremo modo di fermarci nelle ger di qualche pastore che sicuramente non mancherà di offrirci una ciotola di airag. Nell’ultimo pezzo del nostro tragitto troviamo finalmente la strada asfaltata. Arrivo a Kharkhorum e assegnazione delle camere al Ikh Khorum HoteL 4*. Nel pomeriggio inizieremo le visite con l’interessante museo di Kharkhorum. Si parte con i resti di un’imponente tomba e di un tempio costruiti da un nobile turco riportati alla luce nel 2011 nella provincia di Bulgan negli scavi a Bayannuur Soum effettuati da una spedizione congiunta Mongola e Kazaka. Si tratta di un complesso molto raro e di una scoperta molto importante visto che la tomba misura 42 metri in lunghezza, 1,8 in larghezza e 7,5 in profondità e contiene pitture murali mai trovate prima in Asia centrale. Nel museo si ripercorrono attraverso tanti reperti archeologici tutte le fasi storiche che si sono succedute in Mongolia: l’impero turco dal 552 al 745, l’impero uiguro fra l’8° e il 9° secolo, il grande stato con Khubilai Khan fra il 1215 e il 1294, Ugudei Khan fra il 1186 e il 1241. Khubilai Khan invase la Russia, la Cina, l’Europa, l’Asia sud orientale e l’Asia centrale, quindi a quel tempo il paese aveva un vasto territorio che occupava l’Asia centrale.

Siamo di fronte alla prima capitale del Grande stato mongolo, Kharakhorum. Si trovava 800 metri a nord di questo museo, sul retro del monastero di Erdene Zuu. Fu Chinggis Khan che dichiarò questo luogo la capitale del suo impero nel 1220. 15 anni dopo qui suo figlio Ugedei Khan costruì una città. Kharakhorum era una città cosmopolita. Durante il periodo di Munkh Khan, questa area di 1,6 km aveva 10.000-15.000 abitanti. Le loro nazionalità variavano: mongola, cinese, tibetana, uigura, persiana, indiana; c’erano europei: francesi, tedeschi, ungheresi e russi divenuti prigionieri di guerra. Secondo un missionario francese Guillame de Rubruock che vi soggiornò per alcuni mesi nel 1254, era una città con mura divisa in quartieri con costruzioni che servivano a varie funzioni. Gli edifici religiosi erano notevoli: c’erano 12 templi buddisti e taoisti, 2 moschee islamiche e una chiesa cristiana ad indicare che la libertà di fede era rispettata. Il magnifico tempio buddista nel sud-ovest della città fu costruito da Munkh Khan. Intorno alle moschee a nord-est della città c’era un’area commerciale gestita da mercanti islamici, mentre le persone provenienti dalla Cina settentrionale erano artigiani in un distretto al centro della città. I pochi resti di edifici trovati nella zona nord-est potrebbero aver fatto parte di un quartiere di ger. Kharakhorum era multi-nazionale, multi-religiosa, multi-culturale. Per 140 anni fu la capitale del Regno delle tribù mongole fino alla sua distruzione da parte delle truppe cinesi nel 1391, quando il nuovo Kubilai Khan decise di spostare a Pechino il centro dell’Impero mongolo. Della capitale che si trovava all’incrocio della Via della Seta restano estesi beni archeologici sotterranei e due tartarughe di granito poste una volta sul cancello principale della città. Quattro di queste statue raffiguranti una tartaruga erano utilizzate per indicare i confini dell’antica Kharkhorum e proteggerla in quanto le tartarughe venivano considerate simboli dell’eternità.

Pensione completa. Pernottamento in Hotel.

La cultura nomade equestre

I mongoli sono una delle ultime popolazioni nomadi rimaste in tutto il mondo; sono ancora in giro per vaste praterie senza recinzioni e vivono nelle tradizionali ger coperte di feltro. Anche se dipendono da capre e pecore per il loro sostentamento di base, il loro animale più prezioso è il cavallo. È ciò che definisce la cultura nomade ed è al centro di un elaborato sistema culturale. Che si tratti di arte o cucina, in ogni elemento della cultura c’è sempre qualcosa su un cavallo. Nei racconti epici della Mongolia, il secondo condottiero è sempre il cavallo, che dà buoni consigli all’eroe. Negli scacchi mongoli il pezzo più importante è il cavallo e non la regina. Lo strumento musicale nazionale è uno strumento a due corde con una testa di cavallo scolpita, chiamato Morin Khuur, ideato secondo la leggenda da un pastore che volle esprimere il suo profondo dolore per la morte del suo cavallo preferito. Il latte di cavalla fermentato è una bevanda nazionale molto apprezzata chiamata Airag che si ritiene abbia qualità nutrizionali e toniche speciali servita in quasi ogni festa o celebrazione. I cavalli mongoli sono di piccole dimensioni, con una grande cassa toracica e le gambe corte e sono incredibilmente resistenti. Vivono tutto l’anno in branchi semiselvatici e vengono riuniti solo per la selezione e la cattura. Sono parzialmente sorvegliati dai pastori per difenderli dai lupi. I bambini imparano a cavalcarli fin da piccoli e si divertono a correre con il cavallo.

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9° giorno: martedì 2 ottobre
HUSTAIN NURUU NATIONAL PARK | km 280

Dopo la prima colazione in hotel visiteremo il monastero di Erdene Zuu, il primo monastero costruito nel 1586, dopo l’introduzione e la diffusione in Mongolia del buddismo tibetano, sulle rovine della capitale del 13° secolo distrutta nel 1388. E’ circondato da un muro di 400 metri e con 108 stupa, numero sacro per il buddismo, come il numero dei grani del rosario buddista, 25 per ogni lato e 2 per ogni angolo. Quando era all’apice il monastero era composto da più di 100 templi e ospitava 5000 monaci. Il tempo e la storia non sono stati clementi, ma si possono ancora rinvenire le tracce del suo antico splendore e intuire quale sia stato il ricco passato religioso e culturale della Mongolia. Partenza per il Parco Nazionale Hustain Nuruu. La strada che collega Kharkhorum all’Hustain Nuruu è asfaltata. Pranzo in ristorante durante il tragitto. Arrivo al campo delle ger Hustain Nuruu nei pressi del parco, nella provincia (“aimag”) di Tuv, il cui nome significa “montagna delle betulle”. Qui si potranno osservare nel loro habitat naturale i cavalli selvaggi Takhi, il cavallo di Przewalski anche noto come pony della Mongolia, parente più prossimo tra quelli attualmente esistenti del cavallo domestico, simbolo della nazione, ma a rischio estinzione. Il panorama offerto dalla steppa spazia dalla prateria alla foresta. Il momento migliore per i visitatori di vedere i cavalli selvatici e altri animali come cervi e gazzelle è all’alba e al tramonto. Cena e pernottamento nelle ger.

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10° giorno: mercoledì 3 ottobre
HUSTAIN NURUU NATIONAL PARK – ULAANBAATAR – PARCO NAZIONALE DI TERELJ | km 80

Dopo la prima colazione, ripartiremo in direzione nord per tornare a Ulaanbaatar. Pranzo in ristorante. Dopo il pranzo nella capitale ci si trasferisce al Parco Nazionale di Terelj. Si effettua una breve sosta al Tsonin Boldog, la statua equestre monumento colossale dedicato a Ghingis Khan. Il parco di Terelj prende il nome dal fiume Terelj ed è una zona di infiniti pendii e valli con alti formazioni rocciose, montagne coperte di fitte foreste e tappeti di fiori selvatici perenni ed Edelweiss. La formazione rocciosa più famosa, modellata nei secoli dalla pioggia e dal vento, è la “Roccia della Tartaruga” (“Melkhii Khad”). Si continua infine fino al Tempio per la meditazione di Aryabal. Breve escursione al monte per ammirare il suggestivo panorama del Parco Nazionale di Terelj. Cena e pernottamento al campo delle ger.

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11° giorno: giovedì 4 ottobre
PARCO NAZIONALE DI TERELJ – ULAANBAATAR | km 60

Dopo la prima colazione, ripartiremo per rientrare nella capitale. All’arrivo trasferimento al Best Western Premier Tuushin Hotel 4*. Pranzo in ristorante. Si visita il Museo d’Inverno Bodg Khaan. È il più importante monumento della Mongolia dal punto di vista storico e architettonico. Il complesso è costituito da 7 templi e 20 porte di dimensioni diverse. I templi sono stati costruiti tra il 1893 e il 1905. Il 29 dicembre 1911 è stato lo storico giorno in cui la Mongolia ha dichiarato la sua indipendenza e l’ottavo Bogd Jebtsumdaba Khutagt e la sua regina Dondogdulam, la Tara bianca, furono proclamati re e regina della Mongolia. Per commemorare l’indipendenza la “Porta della pace e della felicità” è stata costruita tra il 1912 e il 1919 di fronte al palazzo verde del Bogd Khaan e ancora oggi sovrasta splendente. Lo “splendente ed eterno” Bogd Khaan e la “Ekh Dagina” della nazione Dondogdulam governarono il paese da questo palazzo per circa 20 anni. Dopo la morte della regina nel 1923 e del Bogd Khaan l’anno dopo le loro proprietà di valore storico, artistico e culturale sono state trasferite in questo museo. Attualmente il museo conserva intatte le stanze così com’erano a quei tempi con mobili, suppellettili, strumenti musicali, una ricca collezione di animali imbalsamati e oggetti usati nelle cerimonie religiose appartenenti al Bogd Khaan e a sua moglie: troni, costumi con ricami d’oro o pelliccia di volpe, vasi preziosi, l’acconciatura della regina per le grandi occasioni, una gher ricoperta di ben 150 pelli di leopardo. All’interno dei templi si potranno ammirare una stupenda collezione di dipinti, tankha (pitture su tessuto) e sculture che risalgono al 17° secolo e arrivano al 20°. La giornata finisce in uno dei più grandi mercati all’aperto del mondo, Narantuul, con più di 250 venditori che vendono tutto sotto il sole. Cena in ristorante. Pernottamento in hotel.

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12° giorno: venerdì 5 ottobre
ULAANBAATAR – BAYAN-ULGII | km 50

Dopo la prima colazione trasferimento in aeroporto per il volo a Ulgii, la capitale della provincia di Bayan-Ulgii. Breve giro per scoprire la città e visitare il suo mercato con la possibilità di acquistare oggetti del famoso artigianato kazako tra cui i tappeti. Nel pomeriggio ci recheremo nella ger di uno dei cacciatori con l’aquila che parteciperanno al festival.

La provincia di Bayan-Ulgii

La bellezza selvaggia della provincia di Bayan-Ulgii con le sue cime appuntite che raggiungono il cielo e le larghe valli attraversate da corsi d’acqua serpeggianti si è sempre imposta nella regione occidentale della Mongolia. I kazaki, nomadi prevalentemente musulmani, che la abitano costituiscono il secondo più grande gruppo etnico e continuano a cacciare con le aquile reali addestrate oltre a vivere di pastorizia con le capre. Nella regione di Altai si trovano tanti importanti siti archeologici risalenti al paleolitico, testimonianze della presenza umana da 12000 a 40000 anni fa: incisioni rupestri dell’età del bronzo, figure umane in pietra dell’ultimo periodo turco, tumuli funerari, ossa di cervo. In questa regione ricca di meraviglie naturali e archeologiche sono state rinvenute anche tombe di guerrieri sciti e di principesse. Le pitture rupestri di Tsagaan Salaan e di Baga Oirog raffiguranti scene di caccia e di allevamenti di bestiame sono importanti testimonianze artistiche della transizione da antichi cacciatori a comunità riunitesi per l’allevamento del bestiame e l’inizio della classica economia nomade in Mongolia. La catena montuosa Altai che si estende per 900 km attraverso Russia, Mongolia e Cina e il Parco Nazionale di Tavan Bogd si sono sempre differenziati da qualsiasi altra parte della Mongolia. La cima più alta, il Khuiten Uul a 4374 m affiancata da altre quattro cime insieme al fiume Potanin, la fonte di un enorme ghiacciaio, sono comunemente conosciuti come Tavan Bogd o i Cinque Santi. Il rigido clima secco ha costretto la gente dei monti Altai ad essere molto resistente. Gli animali selvatici non sono diversi. La velocità e la potenza dell’aquila reale o il terrore che incute il lupo grigio sembrano essere incarnazioni di antichi spiriti di guerrieri nomadi che si contendono il territorio con altri animali aggressivi come il leopardo delle nevi, le pecore Argali con le corna d’ariete, stambecchi, linci, i marla, grandi cervi siberiani simili alle alci, alci, orsi bruni, falchi, le volpi Corsac, e il colossale avvoltoio monaco.

Pensione completa. Pernottamento al Blue Wolf Hotel.

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13° e 14°giorno: sabato 6 e domenica 7 ottobre
FESTIVAL DELLE AQUILE REALI

Festival delle aquile reali

Questa secolare tradizione è ancora praticata tra i kazaki mongoli che vivono nel Bayan Ulgii, la provincia più occidentale del paese. I kazaki catturano e addestrano le aquile reali, possenti rapaci da preda, per cacciare. Il piumaggio è di colore bruno scuro con penne dorate sul capo che, ricordando una corona, le hanno conferito il titolo di “reale”. Questi enormi uccelli pesano fino a 6,5 ​​chilogrammi con un’apertura alare di oltre 2 metri. Il becco è robusto e ricurvo, le zampe sono forti e ricoperte di piume, gli artigli sono lunghi ed affilati ed il quarto dito, opposto agli altri, è munito di un’unghia più lunga che trafigge le prede. Ciò ha conferito alle aquile il nome di rapaci, che deriva dalla parola latina “rapere”, che significa afferrare. Le aquile sono “rapaci”, cioè cacciano per il loro cibo. A differenza di altri uccelli, che si nutrono di semi o insetti in spazi ristretti, volano a grande distanza per procurarsi la caccia e sono molto abili nelle impennate e nelle picchiate. Cavalcano i flussi di aria calda e possono accelerare fino a 30 km all’ora quasi senza sforzo. La loro vista è particolarmente notevole. Con una visione più nitida di quella umana di circa otto volte, possono individuare una volpe o un coniglio fino a un miglio di distanza. Di solito i cacciatori kazaki scelgono le femmine degli uccelli in quanto sono più pesanti rispetto ai maschi e molto più aggressive. L’addestramento di questi uccelli, che vengono catturati da piccoli, è lungo e impegnativo e il cacciatore lo inizia utilizzando come prede delle pelli di animali. Il rapace viene legato ad una corda e quando afferra la pelle gettata nelle sue vicinanze viene premiato con un pezzo di carne, che sarà sempre più consistente man mano che l’uccello perfeziona la propria abilità nell’artigliare la preda. Possono vivere fino a 50 anni, ma la maggior parte dei cacciatori mantiene gli uccelli per circa 7 anni e poi li lascia di nuovo liberi. In questi ultimi anni a Bayan Ulgii si tiene solitamente nel primo week-end di ottobre il Festival delle aquile da caccia, una manifestazione colorata e pittoresca che attrae i migliori cacciatori e gli esemplari più belli in una celebrazione importante per la comunità locale. I cacciatori, provenienti da tutti gli angoli della regione, si ritrovano una volta all’anno per partecipare ad un’emozionante gara di caccia a cavallo utilizzando solo maestose aquile reali tenute su di un braccio protetto da un enorme guanto e sostenuto da un bastone che poggia sulla sella del cavallo. Gli uccelli vengono tenuti bendati con un cappuccio, fino a quando il cacciatore avvista una preda: l’aquila viene lanciata in aria e s’innalza in cielo per poi fiondarsi in picchiata. Questa gara è una vera e propria sfida di abilità e velocità dove alla fine viene eletto il cacciatore con l’aquila più precisa. Oggi nel Bayan Ulgii sono rimasti circa 450 cacciatori tradizionali e questo evento è importante anche perché e l’ultima occasione d’incontro collettivo prima della calata del freddo inverno. A contorno del contesto venatorio vengono celebrate feste con danze e canti tradizionali. Il Festival è più conosciuto grazie al film “La principessa e l’aquila” (The Eagle Huntress) del 2016 diretto da Otto Bell in cui si narra la vera storia di Aisholpan, tredicenne mongola divenuta la prima cacciatrice di aquile donna. E lo scorso anno aveva ovviamente tutti gli occhi puntati addosso come una bellissima principessa.

Per due giorni assisteremo al magnifico Festival delle aquile reali. Il festival inizia con una sfilata dei cacciatori che fanno il loro ingresso nel campo centrale mostrando le loro aquile al pubblico. L’abilità delle aquile viene poi verificata facendo loro spiccare il volo dalla cima di una rupe per misurare la velocità impiegata per atterrare sulle braccia dei loro proprietari quando vengono chiamate. Nel secondo giorno l’allevatore deve attirare, con forti richiami che echeggiano nella vallata, l’attenzione della sua aquila lanciata dall’alto della montagna affinché atterri nel più breve tempo sulla pelle di coniglio da lui trascinata. Nel pomeriggio dopo la sfilata delle coppie, come da tradizione, per una sola volta all’anno, è concesso alle signore di rincorrere a cavallo il proprio compagno e menarlo con un frustino. Infine una delle competizioni sportive più strane: due cavalieri si contendono una pecora senza testa cercando di strapparsela fino a rovesciarsi. Uno dei momenti salienti del festival sarà la gara di tiro con l’arco nella quale i concorrenti di etnia urianhaj metteranno in campo la loro abilità con gli archi della tradizione mongola rimasti gli stessi dal 13° secolo. Pensione completa. Pernottamento al Blue Wolf Hotel.

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15° giorno: lunedì 8 ottobre
ULGII – ULAANBAATAR

Dopo la colazione trasferimento in aeroporto per il volo di ritorno a Ulaanbaatar. All’arrivo trasferimento al Best Western Premier Tuushin Hotel 4*. Pranzo e cena in ristorante. Pernottamento in hotel.

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16° giorno: martedì 9 ottobre
ULAANBAATAR – ISTANBUL – (ITALIA)

Prima colazione in hotel. Partenza per l’aeroporto di Ulaanbaatar Buyant in tempo utile per il volo di linea Turkish Airlines TK 343 in partenza alle ore 11:05. Dopo uno scalo tecnico a Bishkek Kirghizistan, arrivo a Istanbul alle ore 17:25. Pernottamento in Hotel in aeroporto a Istanbul. (Su richiesta il rientro può essere effettuato su Milano o Roma). Per Milano il volo Turkish Airlines TK 1877 parte da Istanbul alle ore 21:45 e arriva alle ore 23:45. Per Roma il volo Turkish Airlines TK 1361 parte da Istanbul alle ore 22:20 e arriva alle ore 23:55.

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17° giorno: mercoledì 10 ottobre
ISTANBUL – ITALIA       

Partenza con il volo di linea Turkish Airlines TK 1867 alle ore 06:50. Arrivo a Venezia alle ore 08:20. Rientro a Padova con pullman riservato.

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